Post-Colonia, Festival di Architetture e Immaginari in Transizione

Una torre come punto di vista e un approccio interdisciplinare per riflettere sulle architetture e sul paesaggio della costa nord toscana, partendo dal lascito fisico e simbolico delle ex-colonie marine. Queste strutture oggi rappresentano il simulacro della crisi industriale, sociale ed ambientale del territorio e dei modelli di sviluppo basati sull’economia estrattiva.

Le colonie furono concepite come spazi attivatori di un tipo di tempo collettivo, educativo e terapeutico, modelli di società organizzate per formare cittadini “futuri”, “sani” e “valorosi” destinati alla vita in fabbrica o a quella militare. Luoghi che sono poi stati eletti a simbolo di “vacanza” e “cura” nell’immaginario della provincia. Architetture umanizzate, che portano il nome delle stesse aziende fondatrici come Motta, Edison, Fiat e Olivetti, volte a incentivare quell’idea di benessere sociale e di turismo popolare che per molti anni ha caratterizzato il paesaggio culturale locale.
Anche qui, così come nella riviera romagnola o nel litorale ostiense, il tempo libero scandiva quello del lavoro e della scuola e le colonie diventavano luogo di speranza ed equità sociale che garantiva a tutti il diritto alla vacanza, non lontano da più “prestigiosi” luoghi di villeggiatura dove spesso i proprietari costruivano le loro ville.

Oggi quest’area ha decisamente modificato la sua prospettiva originaria, producendo grandi vuoti affacciati sul mare, presenze mute e in rovina, soggette a varie forme di riuso lecite e meno lecite, che testimoniano un bisogno e un desiderio di riappropriazione. Al contempo la crisi climatica inghiotte l’ambiente acquatico fortemente antropizzato e minaccia a sua volta le architetture stesse, così come il modello sociale che le ha progettate.

Il Festival tenta da un lato di mettere in discussione la visione di un modernismo sfuggito al controllo capitalista e dall’altro cerca di ridefinire metodologie di costruzione e accoglienza del “comune”, allontanandosi dall’idea che l’essere umano debba vivere per produrre e consumare e proponendo alternative di coabitazioni virtuose e non estrattive.

Il programma è pensato come proposta culturale situata, che guarda al contesto nella sua complessità. La pratica per un’esperienza immaginativa che si alimenta attraverso interventi artistici e curatoriali, dialoghi, conferenze e performance con artist*, scrittor*, architett, urbanist*, storic*, sociolog* e attivist* per stimolare nuove premesse di un cambiamento sociale e culturale.

(Martina Angelotti e Emanuele Guidi, direttori artistici)

PERCHÉ UN FESTIVAL

Il cambiamento non ha solo bisogno di essere studiato, pensato e immaginato, ha bisogno di essere agito. Questo Festival è un’azione, un fatto, che impone la sua presenza facendo succedere qualcosa, in un contesto percepito immobile da decenni. E non bastava far succedere una cosa qualunque, era necessario impossessarsi dell’eredità di questi luoghi, ripensarla, scatenare nuovi immaginari grazie all’arte, rimettere al centro la questione dei vuoti urbani e praticare l’uso temporaneo di questi spazi, quale prospettiva per una nuova vita e riappropriazione, nel frattempo, di un cambiamento desiderabile. Le architetture, abitate e abbandonate, diventano così il luogo del pensare, dell’agire e di inizio di una transizione possibile.

(Francesca Mazzocchi, Presidente LAMA Impresa Sociale, capofila del progetto)

Il progetto è sostenuto da Festival Architettura – Edizione 3, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura

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