Pubblicazioni Archivi – LAMA Live the change. Design your impact. Fri, 10 Jan 2025 13:47:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.9.1 https://agenzialama.eu/wp-content/uploads/2019/12/cropped-LAMA_favicon-32x32.png Pubblicazioni Archivi – LAMA 32 32 15 buone pratiche per migliorare le politiche europee sugli usi temporanei  https://agenzialama.eu/appunti/pubblicazioni/15-buone-pratiche-per-migliorare-le-politiche-europee-sugli-usi-temporanei/ Tue, 24 Dec 2024 08:12:45 +0000 https://agenzialama.eu/?p=11725 Casi studio da 6 città e regioni europee, raccolti sotto la guida metodologica di LAMA e Anci Toscana per il progetto IMPETUS.

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Il secondo handbook del progetto IMPETUS è finalmente disponibile. Questo documento raccoglie buone pratiche su modelli contrattuali e accordi di utilizzo per l’uso temporaneo di spazi pubblici ed edifici presentando casi dall’esperienza di regioni e città europee, analizzati grazie alla guida metodologica che abbiamo sviluppato insieme ad ANCI Toscana, capofila di progetto. 

Con questa nuova pubblicazione, che segue il primo handbook su alternative e approcci alla regolamentazione degli usi temporanei a livello regionale e urbano, salgono a 15 le buone pratiche condivise dal progetto, tutte derivanti dall’esperienza delle città e delle regioni coinvolte: la città di Riga, la Regione Toscana, la Regione di Mazowieckie, la città di Lille, Bucarest-Ilfov e Las Palmas de Gran Canaria. 

Tra le esperienze raccolte, alcune delle quali abbiamo avuto modo di conoscere da vicino in interessanti visite studio, troviamo iniziative come:

  • I giardini del palazzetto dello sport di Riga, dove un ex centro sportivo è stato trasformato in orti urbani e spazi culturali, coinvolgendo oltre 150 residenti;
  • Il regolamento sugli usi temporanei di Borgo San Lorenzo, che grazie ai processi partecipativi “Borgo Prossima” e “Spazi ai Giovani” ha introdotto linee guida operative e un modello di convenzione per progetti fino a 8 anni;
  • il programma “Alloggi in cambio di ristrutturazione” attuato dalla città polacca di Zyrardow, un’iniziativa che ha l’obiettivo di offrire alloggi a prezzi accessibili, riqualificare il patrimonio abitativo esistente e favorire l’integrazione e la coesione sociale; 
  • l’occupazione temporanea del Convento delle Clarisse di Roubaix, iniziata nel 2019 con un progetto che ha riattivato il sito attraverso attività e workshop.
  • I requisiti procedurali per la stipula di contratti di uso temporaneo di spazi pubblici in Romania;
  • Gli orti urbani di Las Palmas de Gran Canaria, un progetto che mira a riutilizzare aree abbandonate per scopi ricreativi, ecologici e sociali, attraverso la rinaturalizzazione dello spazio urbano e la creazione di aree verdi e infrastrutture per favorire l’interazione tra cittadini. 

Ogni caso viene descritto per risorse utilizzate, evidenze di successo e potenziale di apprendimento e trasferibilità. L’handbook si rivolge a tutti coloro che desiderano approfondire il potenziale degli usi temporanei come leva per lo sviluppo urbano sostenibile e inclusivo, e in particolare a città e regioni che desiderano migliorare le politiche per i piani di sviluppo sostenibile, tenendo in considerazione gli usi temporanei per gli spazi abbandonati o sottoutilizzati da rigenerare.


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Quello che una comunità può… https://agenzialama.eu/appunti/pubblicazioni/quello-che-una-comunita-puo/ Thu, 11 Jun 2020 08:46:32 +0000 https://agenzialama.eu/?p=4688 I dati ci dicono che per contrastare la povertà educativa dei bambini serve la presenza e l’impegno della loro comunità

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A contrastare la povertà educativa dei bambini è la presenza e l’impegno della loro comunità

Ancora un dato raccolto dalla Caritas Ambrosiana (attraverso i responsabili dei 302 doposcuola parrocchiali della Diocesi di Milano) durante la quarantena dovuta al Covid-19, ci dice che un alunno su cinque non possiede un pc, un tablet o una connessione internet, essendo stato quasi del tutto impossibilitato a seguire le lezioni a distanza negli ultimi mesi.

Si è parlato molto delle difficoltà e dei limiti che l’uso massiccio e improvviso della DAD (Didattica a Distanza) ha evidenziato; noi stessi nell’Instant Book “Prima di domani” prodotto durante la “Fase 1” abbiamo riflettuto su pro e contro dell’improvviso processo di digitalizzazione che ha investito scuole e insegnanti (articolo al link).

Tuttora è in corso il dibattito sulla ripresa delle lezioni a settembre, sulle modalità con cui saranno scandite le giornate di bambini e ragazzi (e quindi delle loro famiglie), sulle modalità di assunzione di nuovi insegnanti, molti dei quali ad oggi precari. Una scuola che – ancora una volta – rimanda un’immagine di sè sfuocata, dai contorni incerti, di sfondo. Una scuola che da troppo tempo aspetta di essere rimessa al centro della politica nazionale, oltre che resa più salda, vitale e protagonista all’interno della cosiddetta “comunità educante”, la rete di soggetti (scuole, famiglie, Terzo Settore, associazioni sportive e per il doposcuola, organizzazioni religiose, realtà del territorio) che concorrono, in modo diverso, ad educare ed offrire occasioni di crescita ai nostri bambini.

Ed è proprio nei territori più esposti alla povertà educativa che questo desiderio di ricostruzione della “comunità educante” è particolarmente forte: questo è il dato che abbiamo rilevato durante l’analisi di baseline (analisi preliminare degli indicatori rispetto ai quali verranno valutati gli impatti finali del progetto) che abbiamo effettuato all’interno del progetto “Piccoli che valgono!” che ha l’obiettivo di sperimentare in 5 aree periferiche del Paese (tre zone periurbane delle città di Milano, Bari e Cagliari, e due aree interne tra Umbria e Toscana) una metodologia di intervento innovativa finalizzata a contrastare la povertà educativa nella fascia di età 9-14 anni. Il progetto, che coinvolge oltre 20 partner tra scuole, circoli didattici, enti locali, organizzazioni educative del Terzo Settore, enti di ricerca, è finanziato dal Fondo per il contrasto della povertà educativa gestito dall’impresa sociale “Con i Bambini”, per un totale di 1,180 mln di euro e all’interno del quale LAMA opera come soggetto accreditato per la valutazione.

Dalle interviste che abbiamo svolto tra gennaio e febbraio 2020, ascoltando i partner e gli stakeholder dei cinque territori, è emerso un dato trasversale alle aree coinvolte (che pure presentano oggettive differenze in termini di scala territoriale, trend demografici e dinamiche di povertà educativa); il dato comune a tutte ci dice qualcosa di tanto semplice quanto potente: là dove i ragazzi vivono situazioni di difficoltà, arretratezza e disagio, sono in realtà i genitori, i docenti, la rete di attori che ruotano intorno alla scuola a vivere in prima persona le stesse difficoltà.

Là dove i fenomeni di delinquenza e criminalità sono maggiormente presenti (ad es. nella zona del municipio 4 di Bari, nel Comune di Capoterra in Sardegna e nel quartiere di Stadera a Milano), sono le famiglie a risultare prive degli strumenti base per portare avanti il proprio ruolo educativo lasciando i bambini ‘orfani’ dei riferimenti utili ad orientarsi nel rispetto delle regole della buona educazione, della cura dell’igiene personale e della capacità di sviluppare relazioni positive con gli altri.

E al di là delle situazioni di particolare disagio, ci sono una serie di difficoltà che riguardano tutte le aree geografiche prese in considerazione indipendentemente dallo status sociale ed economico delle famiglie.

Una prima difficoltà riscontrata è la tendenza dei genitori a sostituirsi ai figli nelle loro responsabilità, compromettendo il loro percorso di crescita e sviluppo. I genitori sembrano vivere con ansia tutto ciò che è legato alla sfera dell’apprendimento del figlio e dimostrano di non saper bene fronteggiare le eventuali problematiche che egli può trovare lungo il suo percorso: da quelle più complesse, come la manifestazione di disturbi di apprendimento che spesso risultano difficili da ‘accettare’ da parte del genitore, alle problematiche più comuni, come l’aver ricevuto una valutazione negativa. Lo stato ansioso del genitore tende a trasferirsi al figlio, che a sua volta ne subisce le conseguenze in termini di perdita della serenità e difficoltà nella capacità di apprendimento.

Le criticità legate alla situazione lavorativa dei genitori così come una crescente ‘complessità quotidiana’ da gestire, portano spesso gli adulti a ridurre il tempo da dedicare ai figli, trascurando alla lunga la propria responsabilità educativa e compromettendo il clima di serenità in casa. Soprattutto nei contesti di maggiore agio economico e sociale, si è riscontrata una tendenza dei genitori a sovraccaricare il figlio di attività da svolgere durante la giornata andando a ridurre il tempo da trascorrere insieme e in mezzo agli altri; in questo contesto, il genitore ha sempre meno occasioni per osservare il proprio figlio, coglierne le difficoltà e poter intervenire in tempo.

Queste difficoltà vissute dai genitori si traducono in atteggiamenti a tratti contraddittori nei confronti dei docenti e dell’istituzione scolastica: da un lato, una sorta di “automatismo” a delegare completamente la responsabilità educativa alla scuola; dall’altro un atteggiamento di sostanziale diffidenza nei confronti degli insegnanti, la cui autorevolezza è messa sempre più in discussione. Quando la fiducia delle famiglie verso la scuola viene meno, risulta anche più difficile stimolare la motivazione dei figli allo studio, e questo è stato osservato indipendentemente dal contesto territoriale e dall’origine culturale ed etnica delle famiglie. In tutti i casi, questo atteggiamento è il segno del venir meno del patto educativo tra famiglie e scuola, che rende sempre più difficile e faticoso il dialogo.

I docenti, dal lato loro, si trovano a dover affrontare dinamiche sempre più complesse delle classi, dovute in parte ai processi di trasformazione sociale che stanno progressivamente ridefinendo ruoli e confini delle responsabilità in ambito educativo, in parte ai contesti di disagio sociale in cui alcune scuole sono inserite. Situazioni che richiederebbero capacità, strumenti e modalità dedicate alla cura e allo sviluppo delle competenze emotive e relazionali del bambino, mentre l’organizzazione dell’insegnamento risulta ancora fortemente incentrata sulla trasmissione dei contenuti.

Le interviste sul territorio hanno fatto emergere, da parte degli attori stessi che operano intorno alla scuola, nel settore pubblico e privato, l’esigenza di rafforzare la rete e la sinergia tra questi mondi che troppo spesso si muovono secondo logiche di individualismo. Da più parti è stata espressa la necessità di un ruolo di regia da parte dell’attore pubblico affinchè promuova attivamente il contrasto alla povertà a supporto della rete. Comune a tutti i territori è infine l’esigenza di superare o quantomeno integrare il modello di servizio sociale centrato esclusivamente sulla presa in carico dell’utente o del nucleo svantaggiato, a favore di pratiche di co-progettazione ed esternalizzazione dei servizi sociali necessari per una presa in carico integrata.

La molteplicità di azioni proposte dal progetto “Piccoli che valgono!” va a supporto della continuità verticale (tra cicli scolastici) e orizzontale (tra luoghi formativi complementari), sperimentando una metodologia innovativa di coinvolgimento della comunità educante che agisce sul sistema di relazioni che sono alla base del processo di riconoscimento del sé dei minori e della loro presa di coscienza del ruolo che rivestono nella comunità. Un metodo e una serie di pratiche che sono state portate avanti dai gruppi di educatori, insegnanti, genitori anche durante il periodo di lockdown per supportare famiglie e bambini in questa ulteriore difficoltà.

>> Per approfondimenti sulle attività, consulta il blog del progetto.

>> Per conoscere l’approccio alla valutazione basato sulla Teoria del Cambiamento, leggi qui.

Di seguito alcuni dati relativi alla situazione socio-economica e demografica dei 5 territori coinvolti dal progetto

Nota metodologica: le criticità e i bisogni riscontrati nei vari territori e riportati in questo articolo sono tratti dal report di baseline effettuato da LAMA tenendo conto dei dati raccolti con le interviste semi- strutturate fatte in loco ai partner e agli stakeholder di progetto, e sulla base di un’analisi quantitativa comparata fatta utilizzando indicatori scelti ad hoc.

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Prima di domani: l’instant book https://agenzialama.eu/appunti/pubblicazioni/prima-di-domani-linstant-book/ Thu, 14 May 2020 22:59:38 +0000 https://agenzialama.eu/?p=4633 La nostra risposta alla crisi scatenata dalla pandemia globale, in dialogo con i protagonisti del cambiamento. Una raccolta di insights, conversazioni e proposte sulla resilienza delle organizzazioni e dei sistemi ai tempi del Covid-19.

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La nostra risposta alla crisi scatenata dalla pandemia globale, in dialogo con i protagonisti del cambiamento. Una raccolta di insights, conversazioni e proposte sulla resilienza delle organizzazioni e dei sistemi ai tempi del Covid-19.

Sei capitoli contenenti sei proposte d’azione, ovvero sei ambiti a cui guardare per provare a leggere le sfide socio-economiche portate dalla crisi del nuovo Coronavirus non solo con gli occhi al presente ma soprattutto al prossimo futuro.

Si parte dalla domanda cambiata e dall’emersione di nuovi bisogni di acquisto, che saranno per vari aspetti diversi rispetto a prima. La previsione è che domani ci sarà una maggiore richiesta di sostenibilità, attenzione all’ambiente, e affidabilità della filiera. E questo rappresenterà certamente un primo punto nell’agenda dei brand e per l’innovazione di prodotto. Si dovrà e poi si vorrà poter ricevere gli acquisti direttamente a casa propria per evitare gli affollamenti nei negozi, e la possibilità di ordinare a distanza senza l’intermediazione del commerciante stimolerà un’ancora maggiore necessità di prodotti personalizzati e custom, oltre che una riorganizzazione del lavoro commerciale e un impulso diffuso all’e-commerce.

La città e i contesti urbani potranno essere meno ambìti come luoghi in cui abitare, a vantaggio dei piccoli centri fuori città, dove anche i negozi di vicinato e le economie di comunità potrebbero trovare una domanda ricostituita. Il “policentrismo” è una delle proposte che abbiamo voluto fare pensando ad uno sviluppo che sia capace di costruire nuove funzioni anche in luoghi meno centrali, riabilitando i quartieri più periferici e le aree interne del Paese.

Ma sono tante altre le sfide che interessano la città: se i trasporti pubblici saranno disincentivati per motivi di sicurezza, non potremo fare affidamento solo sul trasporto privato perché si andrebbe incontro ad un aggravamento della congestione stradale. Serviranno dei piani di mobilità green non più accessori rispetto alla viabilità tradizionale, ma sistemici. Lo smart working potrebbe contribuire ad alleggerire le problematiche del traffico, anche perché – dopo questo periodo forzato di lavoro da remoto – molte aziende, e i lavoratori stessi, potrebbero volerlo replicare in alcune misure per conservarne i lati vantaggiosi, oltre al fatto che comunque sarà vietato riprodurre un’eccessiva densità negli uffici.

Ipotesi, scenari, visioni, rispetto ai quali il condizionale è d’obbligo ma su cui ci siamo voluti interrogare attingendo alla nostra esperienza e coinvolgendo altri esperti d’innovazione e soggetti che il cambiamento lo stanno già affrontando.

In un momento come questo abbiamo sentito il bisogno di metterci in ascolto di alcune grandi trasformazioni che toccano da vicino molti nostri clienti per provare a discutere, insieme ad esperti della nostra rete, di quali potrebbero essere gli strumenti e le lève da muovere a livello di sistema per non lasciare gli attori economici soli di fronte ad un cambiamento come questo”.

Nell’instant e-book, ospitiamo le interviste e le opinioni di:

  • Tommaso Dal Bosco, presidente Audis

  • Marco Marcatili, Responsabile sviluppo Nomisma

  • Massimo Mercati AD Aboca

  • Letizia Piangerelli, facilitatrice e coach

  • Paolo Venturi, Direttore Aiccon

  • Flaviano Zandonai, Open innovation manager gruppo CGM

L’instant e-book contiene dei focus su alcuni settori particolari (tra cui moda, turismo, educazione) e su alcuni processi (digitalizzazione dei servizi, impiego dell’ IA, rigenerazione urbana, cooperativismo) ognuno dei quali, per rendere il cambiamento praticabile e sostenibile nel tempo, andrà sostenuto da un ecosistema facilitante fatto anche di strumenti fiscali, organizzativi e d’infrastruttura capaci di sostenere ogni attore nella sfida che lo attende, e che già lo incalza. Proposte di supporto e facilitazione che sono un appello ai politici, agli amministratori e agli enti finanziatori.

I sei capitoli compresi nell’instant book:

1.    Chiediamoci cosa vogliamo veramente. Una nuova offerta per una nuova domanda

2.    Immaginiamo nuove modalità di relazione. Le città come un hardware da riprogettare e un software da aggiornare

3.    Investiamo in resilienza pubblica e privata. Servizi pubblici, universalismo e welfare bene comune

4.    Non sottovalutiamo il nostro potenziale. Economia collaborativa, cooperazione e attivismo civico

5.    “Aumentiamo” la nostra intelligenza. Intelligenza collettiva e intelligenza artificiale

6. Abbandoniamo un modello che ha già fallito. Salute Globale, ecologia e diseguaglianze

“Prima di domani – 6 proposte per ridisegnare il futuro” è un progetto di LAMA, curato da Francesca Mazzocchi in collaborazione con Elena Como, Stefania Galli, Riccardo Luciani, Dario Marmo, Marco Tognetti, Andrea Rapisardi.

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Prima di domani. Abbandoniamo un modello che ha già fallito https://agenzialama.eu/appunti/pubblicazioni/prima-di-domani-abbandoniamo-un-modello-che-ha-gia-fallito/ Fri, 08 May 2020 07:54:38 +0000 https://agenzialama.eu/?p=4579 Il contesto di recessione globale che stiamo vivendo richiederebbe di fare quel “salto di paradigma” che in molti auspicano e che vorremmo fondato sui concetti di comunità, cura, giustizia sociale e fiducia.

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Salute Globale, ecologia e diseguaglianze

Più volte, nel corso delle nostre riflessioni e in quelle che abbiamo raccolto in “Prima di Domani – 6 proposte per ripensare il futuro”, abbiamo fatto riferimento ai concetti di sostenibilità, interconnessione, interdipendenza e visione sistemica. Il «salto di paradigma» che molti auspicano e che l’odierno contesto di recessione globale renderebbe quanto mai necessario, non può infatti che tenere in considerazione questi elementi, e nutrirsi di un pensiero alto e lungo.

In questo articolo conclusivo, vogliamo quindi provare ad unire i puntini e chiudere un percorso di analisi, confronto e proposte provando a guardare “sopra” e “avanti”, con una sorta di “strabismo fruttuoso” (cit. Cogliati Dezza) capace di rivolgersi al presente ed al futuro; al locale ed al globale; guardando agli “ultimi” per arrivare a tutti, e non solo ad alcuni. 

Nei contributi che abbiamo raccolto dal Dott. Gavino Maciocco (Prof. di Igiene pubblica all’Università di Firenze e fondatore di Saluteinternazionale.info); Vittorio Cogliati Dezza (ex Presidente di Legambiente e collaboratore del Forum Disuguaglianze e Diversità) e Massimo Mercati (AD di Aboca) questi principi, non a sorpresa, si ripresentano come pattern che sottintende alle singole riflessioni puntuali, tenute insieme da una fitta trama di punti convergenti, che richiamano ancora una volta i concetti di comunità, cura, giustizia sociale e fiducia.

Tre riflessioni –

>> Salute Globale, come metodo e come fine. Conversazione con il Prof. Gavino Maciocco

>> Una visione sistemica per garantire diritti e combattere le disuguaglianze. Conversazione con Vittorio Cogliati Dezza

>> L’Impresa vivente: dove si ricompone il conflitto tra profitto e bene comune. Conversazione con Massimo Mercati

|Approfondimento a cura di Francesca Mazzocchi|

Scarica QUI il pdf completo (594 kb)

Le altre puntate della nostra serie Prima di domani:

#1 – Prima di domani. Chiediamoci cosa vogliamo veramente

#2 – Prima di domani. Immaginiamo nuove modalità di relazione

#3 – Prima di domani. Investiamo in resilienza pubblica e privata

#4 – Prima di domani. Non sottovalutiamo il nostro potenziale

#5 – Prima di domani. “Aumentiamo” la nostra intelligenza

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Prima di domani. Non sottovalutiamo il nostro potenziale https://agenzialama.eu/appunti/pubblicazioni/prima-di-domani-non-sottovalutiamo-il-nostro-potenziale/ Fri, 08 May 2020 07:40:00 +0000 https://agenzialama.eu/?p=4469 La crisi di questo tempo ha confermato la spinta collaborativa e solidale di molte nostre comunità. In che modo questo DNA può influenzare la nascita di nuove forme di economia basate sulla cooperazione?

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Economia collaborativa, cooperazione e attivismo civico

Anche in presenza di un sistema pubblico ampio e universalistico come il nostro, l’emergenza Coronavirus con la sua portata e natura sistemica chiama in causa tutti, attori pubblici e privati, e più che mai anche i cittadini. 

L’Italia si è scoperta ricca di risorse, umane, materiali, immateriali e economiche, e ha messo in moto una capacità impressionante di mobilitarsi di fronte alla sfida comune. Senza dubbio, la crisi del Covid-19 sta realizzando una grande prova generale di cooperazione, condivisione e solidarietà, facendo uscire queste parole (ed esperienze) dalle nicchie, e portandole a tutti, mettendone alla prova l’inclusività. 

Le nostre città sanno che la capacità di attivazione delle nostre comunità è una ricchezza, una vera e propria competenza, una risorsa su cui sappiamo ogni volta di poter contare, ma che in momenti di “pace” spesso dimentichiamo di avere, esercitare e nutrire. Pur non essendo conclusa, questa grande prova può aiutare il mondo della cooperazione, della solidarietà e dell’economia civile a crescere e rafforzarsi, inventando formule nuove a partire dalle esperienze che in questo tempo, per ingegno o necessità, stanno mettendo in campo e testando.

I primi elementi che sembrano emergere in questo periodo in cui pensare è difficile – ed il pensiero sembra essere continuamente superato, frammentato, e a volte completamente spiazzato dalla cronaca nel giro di poche ore – riguardano tre macro dimensioni, a loro volta strettamente interconnesse: 

  1. Interdipendenza: la scala dei fenomeni attuali e la necessità di stimolare la capacità di agency della cittadinanza, di resilienza dei sistemi locali e di prossimità dei servizi essenziali.  
  2. Collaborazione: la crisi e le nuove opportunità dell’economia collaborativa, co-working compresi.
  3. Cooperazione: neo- mutualismo, governance e piattaforme. Per una nuova economia.

1. Interdipendenza, interconnessione, “glocalizzazione”

Se le 3 parole chiave attorno a cui si è definita la cosiddetta “Co-economy” erano collaborazione, condivisione e cooperazione, oggi, di fronte ad uno shock globale, possiamo inserire un elemento di riflessione ulteriore, che faccia riferimento all’interdipendenza come aspetto determinante, anche nell’agire delle altre dimensioni.

Riguardo alla scala dei fenomeni globali, è apparso evidente come il sistema di coordinamento dell’azione globale di fronte all’iperoggetto “Sars-Cov2” sia stato carente; sia il centralismo come il decentralismo hanno dimostrato i propri limiti (“Cooperare e poi cooperare” ci suggerisce Jared Diamond)  ed in molti casi alle mancanze sistemiche hanno in parte sopperito gli individui, più o meno formalmente organizzati. Ne sono esempio le soluzioni trovate dalle molteplici comunità di pratica diffuse sul territorio e riguardanti più ambiti: ; quelle dei Fablab; così come altre soluzioni condivise che possono essere anche di carattere pedagogico, economico, esperienziale.   

Ma la reazione degli anticorpi sociali dell’umanità al virus che stiamo vivendo ed osservando non è un caso isolato né nuovo. Se intendiamo la pandemia globale come “Iper-oggetto”, un altro di questi, già presente e ben più pervasivo e temibile, cui fa riferimento Morton, è il cambiamento climatico.  Un fenomeno pervasivo, in cui siamo letteralmente invischiati, che ci riguarda sia come agenti attivi che passivi e che non si risolve senza un’azione globale, che al contempo non sia anche comunitaria, però. 

Nella pandemia, così come nel cambiamento climatico l’uomo può porsi nei confronti di questi iperoggetti solo asimmetricamente, per cui nonostante accumuli sempre più dati su di essi, non può conoscere totalmente l’iperoggetto, anche se ne fa parte. Morton spiega ancora che l’uomo non può cogliere gli iperoggetti nella loro interezza in primo luogo perché questi sono non-locali, e ondulatori temporalmente, cioè distribuiti diffusamente nel tempo e nello spazio. In ogni caso, le capacità di reazione adattativa o trasformativa a entrambi questi fenomeni sembrano passare attraverso soluzioni che si basino su un nuovo concetto di “locale”, su nuovi sistemi di ricerca, innovazione e produzione decentrati, diffusi e distribuiti, che rendano possibile per le persone la partecipazione attiva, l’apprendimento continuo, la riorganizzazione rapida e consapevole della propria azione e delle proprie scelte di vita.  

Non si tratta di un ritorno ai localismi, ma piuttosto della riproposizione, non più come esperimento ma come pratica quotidiana ed in evoluzione, di modelli “Glocalizzati”, dove le organizzazioni comunitarie reagiscono ai problemi sociali considerandoli né locali né globali, ma interdipendenti e interconnessi, ed attivando pratiche organizzative che li affrontano contemporaneamente su entrambe le scale. Questo è reso possibile dalla tecnologia, ma anche da un’azione di rete che permette il trasferimento di buone pratiche e l’azione coordinata a livello globale, tenendo insieme le pratiche e la generazione di beni relazionali locali con la rafforzata capacità di un’azione legata ad obiettivi strategici comuni dell’uomo.    


2. L’equilibrio tra economia e collaborazione

Da un punto di vista epistemologico, rispetto alla sua nascita, si sono ormai disambiguate le categorie dell’economia collaborativa. Da un lato ci troviamo di fronte a esperienze che vengono dal basso e usano le tecnologie digitali per valorizzare dinamiche collaborative di tipo solidaristico (per questo tipo di esperienze – come dice Marta Mainieri, founder di Collaboriamo, nella nostra intervista – “l’equilibrio tra le parole economia e collaborazione è ancora un equilibrio difficile da trovare”); dall’altro abbiamo i modelli di impresa-piattaforma che utilizzano la tecnologia per sviluppare nuovi mercati, riuscendo a mobilizzare risorse diffuse e a creare nuove modalità di coinvolgimento, ma di fatto anche riproducendo le caratteristiche tipiche del capitalismo finanziario. Una terza prospettiva, se vogliamo, che pur affermandosi fin dalla scorsa decade non è ancora arrivata a maturazione – ma a cui tutti oggi guardano come ad una sorta di panacea – è quella del cooperativismo di piattaforma, che rappresenta il punto di congiunzione tra collaborazione e cooperazione: e che può rappresentare anche il punto di equilibrio tra economia e sostenibilità, attraverso forme di nuovo mutualismo (scambio) e  governance (potere/relazione).

Se da un lato, quindi, l’emergenza Covid-19 e le sue implicazioni hanno messo in ginocchio interi settori della sharing economy che si basavano sulla condivisione di asset materiali (appartamenti, auto, uffici); dall’altro “l’emergenza fa crescere la collaborazione” dando grande impulso a tutte quelle esperienze solidaristiche, collaborative e comunitarie che Marta Mainieri ha iniziato a mappare e poi contribuito a strutturare nella piattaforma pubblica Milano Aiuta. La chiacchierata con Marta parte proprio da questa considerazione e si concentra subito nella riflessione su quello che sta accadendo oggi e potrà o dovrà accadere, domani.

Le dimensioni su cui si sofferma sono la gratuità, il rapporto fisico/digitale e la fiducia, tutti aspetti tenuti in piedi dalla presenza di una comunità. La gratuità, il dono, la solidarietà sono stati la prima reazione, se vogliamo anche emotiva, di individui ed organizzazioni che si sono sentiti appartenere alla comunità locale, cittadina o finanche mossi da un moto di orgoglio nazionale. Gratuità come reazione ma anche come spazio di prova, per sperimentare nuovi servizi e modalità di relazione in digitale, che poi potranno misurarsi col mercato e diventare servizi complementari rispetto a quelli forniti in precedenza. Si, perchè nella ricerca dell’equilibrio tra economia e collaborazione, questi prototipi dovranno trovare una qualche forma di sostenibilità economica e dovranno integrarsi nel rapporto con il mondo fisico. Se infatti la relazione digitale riesce a nascere grazie alla presenza di una comunità esistente – che attraverso il digitale può anche crescere e cambiare forma – questa, per trasformare i suoi legami deboli in relazioni comunitarie, dovrà tornare ben presto a confrontarsi con lo spazio fisico: le comunità hanno bisogno di luoghi.

Lo spazio fisico sarà anche una variabile capace di condizionare la fiducia. I servizi collaborativi si basano su uno scambio che è abilitato dalla fiducia tra i soggetti che lo praticano. Se si lavora bene come abilitatori la fiducia online tra community e brand e tra membri della community si mantiene. Mainieri si pone la domanda di cosa accadrà quando torneremo ad abitare uno spazio fisico, tra le regole del distanziamento sociale e la “paura” dell’altro. Probabilmente non avremo più alcuna voglia di condividere l’auto con qualcuno; ci sarà un calo di fiducia nell’altro. Saranno invece le istituzioni, capaci di garantire norme di igiene e sicurezza in luoghi pubblici, a guadagnarne in fiducia?

In generale possiamo osservare che molte delle misure di adattamento all’emergenza stanno ponendo un’enfasi maggiore sulla condivisione dei servizi ma non necessariamente degli spazi. E questa potrebbe diventare una tendenza che rimarrà anche dopo, l’esperienza di questo tempo potrà avere ripercussioni definitive sulle nostre preferenze sociali e scelte di vita, dematerializzando e in parte localizzando molte delle scelte di consumo precedenti. 

Nell’ambito del coworking, ad esempio, è possibile ipotizzare una forte crisi nel breve periodo, ma anche, in un lasso di tempo più lungo, una trasformazione ed una nuova funzione sociale di questi spazi. Se le grandi aziende, scoperti i vantaggi dello smart working, si adopereranno a smaterializzare i propri uffici ed a localizzare una parte delle proprie risorse intellettuali a casa, sarà necessario pensare a nuovi luoghi che rendano possibile l’incontro fisico di queste persone, accelerando l’apertura delle aziende tradizionali a community innovative come quelle che ospitano molti spazi di lavoro condiviso. Gli spazi di coworking non soddisfano solo le esigenze dei lavoratori remoti: sono una struttura di supporto cruciale per le piccole imprese, le imprese individuali, i lavoratori autonomi e altri imprenditori. In particolare, sono un’ancora di salvezza per le piccole imprese che “operano alla periferia” delle economie locali. Per molti di loro infatti, lavorare a casa non fornisce accesso alle risorse relazionali e alle opportunità di cui hanno bisogno. Da qui il ruolo fondamentale dei coworking non solo come piattaforme ma anche come potenziali intermediari a cui – come suggerisce l’articolo di Forbes – enti locali e territoriali dovrebbero rivolgersi per vedere (a) come possono utilizzarli per sostenere l’economia locale e (b) come possono supportarli nel continuare a soddisfare il loro ruolo vitale.

Questi spazi sono già caratterizzati da una forte flessibilità e modularità, fondamentale ad accogliere i cambiamenti organizzativi che segneranno il periodo di uscita dall’emergenza e quello post – emergenziale. La collaborazione, la condivisione, la cooperazione rese possibili da questi spazi potrebbero diventare, a seguito della crisi, la componente forte e caratterizzante di ciò che questi spazi offrono. Meno scrivanie, più spazio per opportunità, servizi, soluzioni, relazione e generazione di nuove idee. 


3. Cooperazione: neo-mutualismo, governance e piattaforme

La crisi apre anche nuovi spiragli per la riorganizzazione delle piattaforme e delle modalità di condivisione, con una ritrovata centralità della filosofia Open Source così come del cooperativismo di piattaforma, e più in generale di nuovi modelli che stimolino la partecipazione ed una governance più aperta delle piattaforme, veri e propri beni comuni digitali, la cui importanza è diventata ancora più evidente ora che molti dei beni pubblici fisici ci sono preclusi. 

Già nel 2015 ci siamo interrogati, agli albori dell’affermazione della sharing economy, su quali fossero i legami e le connessioni tra economia collaborativa e cooperazione. Oggi, le evidenze dei forti punti in comune non si sono ancora tradotte in opportunità concrete di trasformazione, né per un settore, né per l’altro. D’altro canto – ci dice Paolo Venturi, direttore di Aiccon – adesso si intravede ancora di più la possibilità e la necessità che la collaborazione riesca a scalare in cooperazione, attraverso i modelli proposti dal neo-mutualismo e dal capitalismo comunitario

Ossia modelli mirati a migliorare efficienza e appropriatezza del sistema di protezione sociale nel suo complesso, e a rendere i cittadini più partecipi e attivi nella costruzione di tali risposte, non solo come co-finanziatori ma coprotagonisti di un sistema welfare plurale e sussidiario rinnovato.

Un approccio questo però che, prima di essere orientato a soluzioni operative (piattaforme), deve essere un approccio culturale,  politico ed intenzionale, un pensiero forte, capace di valorizzare il mutualismo che nasce dal basso incorporandolo nell’economia, nella società, nel welfare e nelle politiche

Nel neo-mutualismo trovano risposta le dimensioni del rischio, della vulnerabilità e dell’interdipendenza; dall’assunzione delle quali non può prescindere alcun processo trasformativo dei nostri sistemi economici e di convivenza. E se il mutualismo è la modalità con cui le persone valorizzano un apporto all’interno di uno scambio, oggi diviene ancora più potente nel consentire di individuare nuove soluzioni intorno ai bisogni e alle relazioni; e questo è il principio fondante della cooperazione. In questo senso il neo-mutualismo oggi può divenire lo strumento con cui riuscire a far scalare la collaborazione ad una dimensione cooperativa; ed in questo senso si capisce quanto la chiave di questo ragionamento risieda nel tema della governance. Una governance aperta, distribuita, democratica che risani gli estremi squilibri del modello di piattaforma capitalista; una governance che non è neutra, che modella la stessa natura delle soluzioni e che sia capace di nutrire il mutualismo attraverso il digitale e il locale, dimensioni attorno a cui lo scambio si infrastruttura. 

Questo, secondo noi, ci deve spingere anche a pensare ad un cooperativismo di piattaforma che sappia pensare a forme di governance sperimentali, in grado di impattare non solo sulla costruzione dei modelli, sulla dinamica relazionale e di redistribuzione del valore, ma anche capace di preservare un equilibrio tra ricercare esperienze “collaborative” interne al mercato (ma comunque un mercato regolato e fatto di tutele) ed esperienze di tipo gratuito, solidaristico, volontaristico per evitare la monetizzazione completa delle forme di scambio e relazione umana. 

E’ chiaro che il mondo della cooperazione organizzata, della rappresentanza cooperativa, possa giocare un ruolo importante nell’ abilitare e sostenere modelli di questo tipo. Per appartenenza associativa e territoriale abbiamo voluto confrontarci con il Presidente di Legacoop Toscana, Roberto Negrini, a questo proposito. Egli non registra solamente ciò che l’emergenza sanitaria ovviamente impone nell’immediato (chiusura di alcuni comparti, nuovi protocolli di igiene e sicurezza, modifiche nell’erogazione dei servizi), ma anche cambiamenti più profondi, nella modalità di produzione, che sono e saranno modificati, da una domanda che sarà fortemente cambiata. Se da un lato, ad esempio, bisogna chiedersi se domani il modello delle RSA sarà ancora percorribile o piuttosto bisognerà organizzare un sistema di assistenza domiciliare per gli anziani;  dall’altro il nuovo valore che sta assumendo la dimensione locale nelle abitudini di consumo, ad esempio, ha dato nuova centralità a piccole cooperative di consumatori in aree periferiche e interne che, nella riscoperta della propria funzione comunitaria, stanno ritrovando le finalità della cooperazione. Su queste realtà Legacoop Toscana ha già iniziato, da Gennaio 2020, con il Progetto Toscana, un percorso di capacity building e infrastrutturazione di servizi a supporto della rete di queste piccole cooperative. L’altro modello su cui sia Regione Toscana che Legacoop stanno investendo attenzione e risorse è quello delle cooperative di comunità dove, ancora una volta, mutualismo, localismo e nuova generazione di valore, possono rappresentare una prospettiva di sviluppo economico e sociale più che ragionevole.

E’ di questo parere anche Giampiero Lupatelli, economista, consulente di Legacoop Emilia-Romagna e per la Strategia nazionale per le Aree Interne che, al netto di una dovuta sottolineatura sulla portata ad oggi incalcolabile, ma sicuramente molto significativa di questa crisi, individua, proprio per le condizioni e i bisogni che questa sta generando, ambiti di opportunità per le aree interne e montane. La ricerca di spazi ambientali disponibili, la fuga dalla densità e la crisi del trasporto pubblico, nonchè la remotizzazzione del lavoro, sono le condizioni a cui la pandemia probabilmente ci farà ambire e che potrebbero suggerire come “exit strategy” l’opzione di un ritorno ai territori interni. Non solo, proprio in riferimento al tema degli anziani (che rappresentano la maggioranza della popolazione di queste aree) il tema “locale” e quello del cooperativismo di comunità potrebbero essere la risposta alla crisi del modello di RSA attuale e l’occasione di re-istituzionalizzare il sistema di ospitalità per anziani. Un’operazione complessa, quella per infrastrutturare servizi e rendere più accoglienti le aree interne, che avrà bisogno di investimenti e risorse (che il raddoppio del bilancio europeo a l’impiego dei nuovi Fondi Strutturali nei prossimi 2 anni potrebbe consentire) ma che potrebbe costituire un investimento sociale forte dove la cooperazione comunitaria e l’impresa sociale potrebbero giocare un ruolo determinante.  La cooperazione di comunità si è fatta movimento, sono esperienze ancora fragili ma non più pionieristiche. Si tratta di capire se questo movimento può essere in grado di raccogliere la sfida di una eventuale politica nazionale, d’altro canto – sottolinea Lupatelli – “servono ipotesi strategiche nuove per navigare in un mondo in cui molte attività tradizionali non ce la faranno a sopravvivere e abbiamo bisogno di costruire orizzonti di impresa e sociali nuovi”. 

|Approfondimento a cura di Francesca Mazzocchi, Stefania Galli, Dario Marmo|

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Leggi le altre puntate della nostra serie Prima di domani:

#1 – Prima di domani. Chiediamoci cosa vogliamo veramente

#2 – Prima di domani. Immaginiamo nuove modalità di relazione

#3 – Prima di domani. Investiamo in resilienza pubblica e privata

L'articolo Prima di domani. Non sottovalutiamo il nostro potenziale proviene da LAMA.

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Prima di domani. Investiamo in resilienza pubblica e privata https://agenzialama.eu/appunti/pubblicazioni/prima-di-domani-investiamo-in-resilienza-pubblica-e-privata/ Fri, 08 May 2020 07:30:00 +0000 https://agenzialama.eu/?p=4416 Come in un puzzle, proviamo a mettere insieme alcuni tasselli fondamentali per la costruzione di uno Stato più equo e un sistema di welfare adeguato ai nuovi bisogni

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Servizi pubblici, universalismo e welfare bene comune

Le domande che ci siamo posti qui, che abbiamo posto ai nostri interlocutori ed esplorato passando in rassegna i moltissimi contributi che professionisti, analisti, operatori stanno producendo in questo periodo, vogliono tentare di ricostruire un quadro di insieme, che rappresenti una visione sistemica, quella che connota il nostro approccio di attori e designer di processi di cambiamento. 

Giunti alla terza puntata della serie “Prima di domani”, abbiamo maturato anche un atteggiamento diverso, più radicale se vogliamo, nel farci domande partendo dai fondamentali, guardando in faccia la realtà e le vere sfide che ci pone, a cui la politica poco coraggiosa dovrà dare risposta, e non lo farà senza essere incalzata da una domanda sociale, economica e civica più consapevole.

Grazie alle conversazioni con Marco Marcatili, Responsabile sviluppo di Nomisma e Flaviano Zandonai, Open innovation manager del gruppo cooperativo CGM e con il contributo puntuale dei nostri soci Marco Tognetti e Andrea Rapisardi abbiamo provato a ragionare sui 5 tasselli fondamentali che secondo noi compongono il puzzle.


1 – Scegliere e con quali criteri

Lo hanno già detto tutti, a ogni livello e in ogni consesso: la crisi economica innescata dalla pandemia di coronavirus sarà peggiore della Grande Depressione. Ma la parola definitiva viene dal Fondo monetario internazionale che scende più nel dettaglio e indica nell’Italia uno degli anelli più deboli in Europa, seguita solo dalla Grecia. L’Italia paga il conto più salato: il Pil italiano quest’anno si contrarrà del 9,1% e peggio di noi farà solo la Grecia con un -10%. Nel 2021 il Pil italiano rimbalzerà del 4,8%, mentre a ottobre l’Fmi aveva previsto un +0,5% nel 2020 e un +0,8% nel 2021. Quest’anno il tasso di disoccupazione dovrebbe salire al 12,7% per poi scendere al 10,5% nel 2021. 

La coperta dell’investimento pubblico quindi, a livello statale e ancor più a livello delle amministrazioni locali (molte delle quali sono a rischio default) sarà corta. Dovremo fare i conti con questo. Dovremo ricordarci che il nostro SSN, il primo servizio universalistico di garanzia delle cure voluto dal primo ministro della Salute donna, Tina Anselmi, nel 1978, è stata una delle grandi conquiste del nostro Paese, che molte altre nazioni invidiano. Grazie ad esso è stato possibile per esempio, contenere al minimo la mortalità infantile e materna, nonché aumentare le aspettative di vita nell’intera nazione; ha rappresentato una svolta cruciale e una tappa dell’evoluzione della democrazia nel nostro Paese. È stato affermato un principio, quello dell’universalità dell’accesso alle cure, dal quale è impossibile ormai fare marcia indietro, e ci si può solo chiedere come proseguire nella sua difesa. Dovremmo ricordarci anche delle risorse economiche di cui è stato privato in questi anni e di quelle dirottate anche indirettamente alla sanità privata (leggi detassazione misure di welfare aziendale); di come, a seguito della regionalizzazione del sistema sanitario e delle esigenze degli equilibri di finanza pubblica si sia sacrificata la parte dei servizi sanitari tempestivi, uniformi, sicuri e innovativi su tutto il territorio nazionale, corrodendo di fatto il valore universale di questo servizio.

Gli effetti sanitari diretti ed indiretti della crisi da Covid-19 si prolungheranno per molto tempo. Mancano almeno 8 miliardi (Cosmed) per riportare il finanziamento del SSN al 7% del PIL cioè sullo standard medio europeo ante contagio. 

Di fronte al dramma sanitario e sociale dovuto alla pandemia quindi, è tempo di scelte precise in materia di allocazione di protezioni e risorse. Da un lato definire quali sono i servizi pubblici fondamentali a cui dare priorità e tra questi il primo è sicuramente quello sanitario. “Nel “durante” e nel subito dopo – dice Marco Marcatilisalteranno molti bilanci pubblici, non basterà un aggiustamento delle voci tradizionali; sono oggi in ballo alcune scelte radicali e sarà una questione di criteri”. Criteri per rivedere quali saranno i servizi pubblici erogabili, rileggendo la nuova domanda sociale; e criteri per non “stressare” troppo l’universalismo ed essere sostenibili. Guardando in modo esteso al welfare state, è lecito domandarsi se, con la famosa coperta corta, si dovrebbe andare verso un universalismo selettivo, verso un’ impostazione secondo la quale è necessario conciliare il welfare di  cittadinanza con la crisi delle risorse fiscali e finanziarie, rendendo la soglia di accesso alle prestazioni elastica e flessibile e in definitiva modulabile in relazione alle risorse disponibili e allo spostamento della nuova domanda sociale. Ma, nella necessità di farlo sarà fondamentale definire quali siano i criteri che debbano presiedere alle scelte, all’ operazione volta a stabilire l’asticella al di sopra e al di sotto della quale erogare o meno servizi, sussidi ed altri incentivi di tipo economico. Questi criteri saranno alla base del tipo di società che vogliamo costruire; sono la domanda a cui la politica dovrebbe rispondere e la responsabilità che si dovrebbe assumere. 

In questo contesto, rispetto ad una drastica rimodulazione dei servizi pubblici, quale sarà il destino degli attori che oggi erogano quei servizi a valenza pubblica? Questa secondo Marcatili è l’occasione per ripensare entrambi i ruoli: quello pubblico e quello del privato sociale, che dovranno entrambi cambiare. 


2 – Innovare lo Stato

Marco Marcatili nella nostra intervista e nell’articolo di Vita, ama distinguere tra un “durante” ed un dopo. Un durante che stiamo già vivendo, dal quale non possiamo sfuggire, e che ci sta consegnando elementi utili per fronteggiare le sfide e per prefigurare alcuni scenari. E’ in questo durante che dobbiamo ripensare al ruolo del pubblico e a delle opzioni praticabili fin da subito. 
Un pubblico che deve modificare sensibilmente le proprie logiche di investimento: 1) avendo la capacità di selezionare i partner migliori, potendo valutare l’impatto dell’azione che fanno e che dovrà contemporaneamente soddisfare le dimensioni sociale, economica ed ambientale; 2) investendo sulla domanda prima ancora che sull’offerta, in questo modo, evitando una deriva assistenzialista, si potranno generare le condizioni per una reale ripartenza dell’offerta, riattivando le strutture sulla base di quello che la domanda sociale vuole; 3) infrastrutturando sempre più servizi piuttosto che sussidi o contributi diretti ai beneficiari. 4) Un pubblico che – secondo Marcatili – non è ancora Stato imprenditore, ma dovrà essere Stato regista. Nel “durante” lo Stato imprenditore è troppo lontano.

L’essere regista oggi è la scelta che si può praticare utilizzando realmente il processo di co-progettazione, per altro previsto dall’art.55 del Codice del Terzo Settore – come sottolinea Zandonai –  che sarebbe in grado di liberare il terzo settore dal ruolo ancillare e residuale in cui è stato relegato, abilitandolo ad essere soggetto non solo in grado di eseguire servizi e trovare soluzioni, ma anche di individuare i nuovi bisogni. In questa logica andrebbero rilette le nuove PPP (Partnership Pubblico Privato) in cui un terzo settore protagonista progetta insieme allo Stato l’infrastrutturazione di nuovi servizi in cui trasformarsi da operatore sociale a imprenditore sociale. Soprattutto in questo frangente, dove la necessità di prendere decisioni e definire azioni in tempi rapidi ha estremizzato una tendenza verticistica da parte dello Stato, attingere all’intelligenza collettiva che il terzo settore può esprimere diviene ancora più cogente per essere in grado di rispondere in modo adeguato ai nuovi bisogni sociali.


3 – Innovare il Terzo Settore: da operatori sociali a imprenditori sociali

Un salto di qualità e di mentalità viene richiesto anche al terzo settore. Oggi qualsiasi categoria imprenditoriale sta cambiando mindset e ri-orientando la propria responsabilità agli impatti su comunità, sociale e ambiente.Oggi migliorare la qualità delle relazioni umane, occuparsi di una sfida sociale o ambientale, come quella della salute, dell’acqua e dell’alimentazione, deve essere concepito come un vero e proprio business, non come atto filantropico esterno o indipendente dal core business. In questo senso l’impresa non è più un’organizzazione chiusa, ma un’infrastruttura aperta a cui viene richiesto di migliorare la qualità di un territorio e assicurare la sostenibilità dello sviluppo umano. Il cruscotto dell’imprenditore insomma sta virando sui temi dell’impresa sociale, mentre l’operatore sociale fa fatica a diventare imprenditore” (Marcatili).

E’ una questione di ruolo. Un ruolo che lo Stato può abilitare, ma anche un ruolo che il terzo settore potrebbe evocare a sé, grazie a: 1) una capacità propulsiva endogena che potrebbe essere innescata da logiche di rete in grado di attenuare le fragilità dei singoli soggetti (Marcatili); 2) un cambiamento culturale che spinga questi soggetti ad agire da una logica incrementale ad una logica trasformativa (Zandonai); 3) alla capacità di trasformarsi da operatori sociali, che agiscono in outsourcing di servizi di pubblico interesse pagati dallo stato, ad imprenditori sociali che agiscono sul mercato, ricercando un equilibrio tra domanda e offerta

E’ una questione di competenze. Sulle capacità di trasformazione del terzo settore, quindi, si aprono ulteriori sguardi: 1) sul tema delle competenze presenti e necessarie; 2) su come sostenerne il capacity building, innovando ad esempio le finalità di erogazione delle Fondazioni e dei bandi pubblici spostando i contributi dai progetti ai programmi di sostegno all’innovazione organizzativa di questi soggetti. I progetti, in tempo di crisi, si possono fermare. Ma per ripartire c’è bisogno di organizzazioni strutturate, capaci di adattarsi, in grado di valorizzare le competenze interne e di accogliere supporto esterno.

Investire sulle organizzazioni permette non solo di far ripartire i progetti, ma anche di contare su realtà dotate delle giuste competenze – o anticorpi – per renderli adatti al contesto che cambia. 3) sulla capacità di gestire e reperire risorse. Come agevolare quindi  la costruzione di progettualità nelle quali la ricerca di un equilibrio economico deve essere bilanciata da servizi economicamente accessibili?

In tutti i business plan di questo tipo di servizi sociali, alla persona, pesano i forti investimenti materiali (immobili, attrezzature sanitarie, arredi etc) che hanno un’alta incidenza in termini di esborso all’anno uno e un peso sul business plan che si spalma negli anni. Il primo meccanismo che è stato inventato per gestire questo tipo di investimenti è l’ammortamento; un modo in cui la finanza generale ha voluto facilitare i conti delle aziende. 

Forse ora, in una logica di infrastrutturazione dei servizi e di selezione dell’investimento pubblico, l’idea di costruire delle scatole (fondi pubblici) destinate ad acquisire e dare in gestione gli asset materiali utili all’installazione di “software sociale” (case di cura, asili, etc), potrebbe essere immaginabile e un modo di intendere lo stato innovatore nella sua accezione più imprenditoriale. Un soggetto pubblico che, di fronte ad un business plan sostenibile, possa divenire investitore e proprietario di attrezzature e immobili (di ciò che ovviamente ha interesse pubblico: sanità, istruzione, scuola) con la stessa logica di ritorno del privato, ma potendo ammortizzare l’investimento con tempi molti più lunghi e capitali molto più pazienti, non disperdendo inoltre risorse che rimangono vincolate ad una proprietà (rivendibile). Questo consentirebbe di abbattere il costo di start up di nuove imprese sociali, concentrando energie e risorse su progettazioni innovative più efficaci nel rispondere ai bisogni; e consentirebbe allo stato di essere non solo il soggetto regista e abilitatore del rischio privato, ma anche il soggetto che questo rischio lo mitiga evitando di finanzializzarlo. Per dirla à la Mazzucato – uno Stato capace di assorbire rischi collettivi ma anche di investire, in grado di liberare il potenziale del privato ma senza rinunciare alla propria leadership.


4 – L’ impatto

La questione della misurazione dell’impatto (sociale, ambientale ed economico) degli interventi è tanto rilevante quanto complessa. Introdurre infatti logiche di misurazione, indicatori e strumenti di monitoraggio nel sistema degli appalti consentirebbe di poter valutare, attribuendo dei reali punteggi, le progettualità migliori, evitando il mero ricorso all’economicità delle proposte. Ma in questo caso la difficoltà risiede proprio nel definire la misurabilità di outcomes e non di outputs o performance.  Ciò non toglie che ci debba essere un nuovo protagonismo del pubblico che si dota di strumenti per poter scegliere partner privati qualificati. E la misurazione dell’impatto, vincolando sulla valutazione tecnica di manifestazioni di interesse o progettualità su gare, è un criterio oggettivo che potrebbe essere un buon appiglio. 

L’alternativa: in una logica di rinnovamento delle forme di PPP, poi, intervengono nuovi strumenti come gli outcome-based contracts (o impact social bond), che seguono la logica del partenariato pubblico-privato (Ppp), dove a differenza dei modelli più tradizionali di Ppp, la Pubblica amministrazione non commissiona e paga per la disponibilità di un’infrastruttura o di un servizio, ma per il raggiungimento di determinati risultati e impatti sociali. La logica sottostante si basa sull’idea che questi risultati e impatti sociali si traducano in maggiori risparmi futuri (dovuti proprio alla riduzione dei maggiori costi per i bilanci pubblici e per la società di un problema sociale non risolto), grazie ai quali remunerare il capitale dei soggetti privati finanziatori del progetto.

A livello internazionale – secondo uno studio di SDA Bocconi – si è trattato di progetti di piccole dimensioni, con una rilevanza circoscritta principalmente a livello locale, scarsamente replicabili e livello nazionale e internazionale, che difficilmente hanno attratto investitori privati istituzionali (Sole24Ore). In Italia manca ancora una progettualità sviluppata a riguardo; l’implementazione di questi contratti richiederebbe una maggior visione da parte degli amministratori locali e dei dirigenti pubblici, che spesso preferiscono soluzioni tradizionali in quanto percepite come più semplici e meno rischiose. Gli outcome-based contract, invece, per loro natura potrebbero stimolare la capacità dell’operatore economico di individuare soluzioni e modelli in grado di rispondere a determinati fabbisogni e quindi possono generare soluzioni che non sarebbero possibili nell’ambito di schemi tradizionali di appalto, proprio perché verrebbe a mancare l’incentivo a conseguire il risultato sociale.
E sebbene non sarà la finanza di impatto lo strumento che ci salverà, ma uno di quelli che potrà concorrere al raggiungimento di alcuni obiettivi, soprattutto con l’intervento di una mano pubblica, forse l’emergenza che stiamo vivendo potrà essere uno stimolo anche per un nuovo protagonismo del movimento della finanza e degli investimenti ad impatto sociale, come suggerito da Giovanna Melandri.


5 – La leva fiscale

Fra qualche mese ci sarà un’economia da ricostruire e un debito pubblico che sarà ancora più imponente e ci saranno solo due strade da percorrere: razionalizzare e selezionare la spesa e/o ridistribuire diversamente il carico fiscale. Certamente ci sono molte voci della spesa pubblica che si possono rimodulare, ma non si può pensare che ulteriori tagli della spesa per sanità e welfare, si possano compensare con la finanza d’impatto, le donazioni, la filantropia finanziaria.

Quindi tra queste ricostruzioni del “dopo emergenza” riteniamo che uno dei temi fondamentali riguardi la riedificazione di un sistema di tassazione equo, per

il quale costruire anche una onesta e veritiera narrazione pubblica e politica, oltre gli storytelling e la ammorbante retorica sulle tasse dipinte come principale problema politico (Civic).

L’equità non riguarda solo la rimodulazione delle aliquote in modo progressivo, tra chi ha di più e chi ha di meno, ma anche in modo qualitativo: invertendo i rapporti che oggi in Italia vedono il lavoro e la produzione tassati molto di più della rendita e della finanza.

E proprio su questo tema scottante la politica poca coraggiosa dovrà dare una risposta, e non lo farà senza essere incalzata da una domanda più forte di equità e giustizia sociale.

 |Approfondimento a cura di Francesca Mazzocchi, Andrea Rapisardi, Marco Tognetti|

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Leggi le altre puntate della nostra serie Prima di domani:

#1 – Prima di domani. Chiediamoci cosa vogliamo veramente

#2 – Prima di domani. Immaginiamo nuove modalità di relazione

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Prima di domani. Immaginiamo nuove modalità di relazione https://agenzialama.eu/appunti/pubblicazioni/prima-di-domani-immaginiamo-nuove-modalita-di-relazione/ Fri, 08 May 2020 07:20:00 +0000 https://agenzialama.eu/?p=4309 Le città come un hardware da riprogettare e un software da aggiornare. Analisi, proposte e domande su cui soffermarsi.

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Le città come un hardware da riprogettare e un software da aggiornare

Gli effetti della pandemia globale mettono ancora una volta in luce la storica distinzione tra urbs e civitas, tra ville e cité, tra “hardware” e “software” – diciamo noi -, ossia tra la dimensione fisica, spaziale delle città e la vita, la cultura e le funzioni che la abitano. Ma ancor più importante della distinzione è, in questo caso, la relazione tra questi due poli. 

È impossibile comprendere l’aspetto fisico di una città senza considerare la cultura, il modo di vivere proprio dei soggetti che l’hanno costruita e che l’hanno abitata. E’ ugualmente facile comprendere come la cité, ovvero il modo in cui abitiamo e facciamo esperienza dello spazio urbano, sia profondamente influenzato dalla ville, ovvero dal modo in cui lo spazio è costruito. Ci troviamo davanti ad una relazione circolare in cui i nessi di causa ed effetto agiscono in entrambi i sensi, dalla ville alla cité e dalla cité alla ville, come dice Richard Sennett in “Costruire e abitare”. 

L’oggi cambiato, l’oggi che ha lasciato intatto l’hardware ma bloccato il software, l’oggi del distanziamento sociale, della paura del contagio, delle ancora più visibili diseguaglianze, del lavoro da remoto e della mobilità individuale, l’oggi dello shock ci impone una “ricostruzione”: riprogettare l’ hardware e riprogrammare il software, a partire da quello che sta accadendo e sarà cambiato definitivamente, ma farlo guardando ad un nuovo modello di sviluppo urbano e sociale sostenibile, che cancelli i bugs del passato e realizzi infrastrutture fisiche e sociali “antifragili”, proprietà che Nassim Taleb attribuisce ai soggetti che non solo sono in grado di reagire agli shock (resilienza), ma di farlo diventando migliori di prima, capaci di affrontare l’ignoto, lo sconosciuto, anche ciò che non riescono (ancora) a capire.  

Nel “ricostruire”, secondo noi, dovremo ancora una volta partire dalla tensione e relazione tra “la città di pietra” e “la città di carne” (come la chiama Ilda Curti) ampliando la riflessione alla relazione tra città e bordi e tra città ed aree interne; al ruolo chiave della tecnologia – guardando con rinnovato interesse alla smart city cooperativa, di cui Sennett aveva già tracciato i connotati e la necessità – ; e alle infrastrutture comunitarie in grado di trasformare il valore dello scambio, dei luoghi, del territorio e finanche della proprietà. 

Piani per la ricostruzione:

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|Approfondimento a cura di Francesca Mazzocchi, Riccardo Luciani e Andrea Rapisardi|

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Prima di domani. Chiediamoci cosa vogliamo veramente https://agenzialama.eu/appunti/pubblicazioni/prima-di-domani-chiediamoci-cosa-vogliamo/ Fri, 08 May 2020 07:19:00 +0000 https://agenzialama.eu/?p=4188 Covid-19 disvela prima e rafforza poi un profondo cambiamento nelle esigenze delle persone e quindi, in prospettiva, nella domanda di beni e servizi.

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Una nuova offerta per una nuova domanda

Di seguito il primo approfondimento tematico del progetto “Prima di domani. 6 proposte per ridisegnare il futuro” con focus settoriali che hanno visto il coinvolgimento di: Roberta Cocco, Ass.ra Trasformazione digitale del Comune di Milano; Marco De Rossi, Weschool; Mirko Lalli, The Data Appeal Company; Leonardo Dondini, Dalle Piane Cashmere; Letizia Piangerelli, facilitatrice e coach.

Si è molto discusso se la crisi iniziata nel 2007, originata nel mondo della finanza, si fosse evoluta e protratta principalmente come una crisi economica dal lato dell’offerta o da quello della domanda. Ci si è chiesti cioè se la crisi, portando al pettine i nodi del capitalismo, ne avesse scoperchiato la fragilità dei modelli di offerta (efficienza, trasformazione tecnologica, produttività, peso della fiscalità, ecc.); o più che altro poggiasse sulla debolezza della capacità di spesa dei consumatori (dovuta a molti fattori: salari bassi o stagnanti, disuguaglianze economiche e sociali, indebitamento insostenibile delle famiglie, mancanza di fiducia che spinge ad accumulare invece che a spendere, ecc.).

La maggior parte delle risposte di politica economica in praticamente tutti i Paesi sono andate nella direzione di ri-stimolare l’offerta (riduzione delle tasse, flessibilizzazione del mercato del lavoro, finanza a favore degli investimenti, abbassamento dei tassi per favorire aumenti del credito, ecc.), nella convinzione (la vecchia “legge di Say”) che a rimettere tutto a posto ci avrebbe poi pensato il mercato e la domanda avrebbe seguito. 

L’impatto della crisi da Covid-19 sulla produzione non è difficile da immaginare: fabbriche uffici, negozi, musei, tutto chiuso.  E’ pienamente comprensibile quindi che come prime misure si sia pensato alla cassa integrazione, allo slittamento delle scadenze fiscali, alla copertura di congedi parentali ecc. Tutte misure che senza dubbio aiutano le famiglie nella crisi ma, a dispetto dell’apparenza, sono sostanzialmente aiuti alle imprese, che altrimenti sarebbero chiamate a sostenerne il costo direttamente. Misure dirette all’offerta quindi, ancora una volta.

Dal nostro punto di vista, Covid-19 disvela prima e rafforza poi un profondo cambiamento nelle esigenze delle persone e quindi, in prospettiva, nella domanda di beni e servizi

La “vita di prima” ci manca e saremo felicissimi di tornare ad uscire di casa, incontrare i nostri colleghi, vederci con gli amici, andare al cinema, fare attività all’aria aperta e mandare i figli a scuola; torneremo a viaggiare? Faremo tutto questo esattamente come prima?
E’ probabile che il giorno in cui torneremo “alla normalità”, scopriremo che ci mancheranno altrettanto alcune esperienze vissute in queste settimane, perchè la lunga permanenza in questa situazione creerà i presupposti del formarsi di nuove abitudini, creando, di fatto, una nuova condizione (lavoro da remoto, tempo con i nostri familiari, scuola digitale, acquisti online, piattaforme streaming di video e formazione, aperitivi in hangout con amici lontani, servizi pubblici online che non avevamo mai usato prima). L’antropologo Agustín Fuentes parla addirittura di nuovi rituali sociali: chissà se torneremo a stringerci la mano?

Ci saranno cose che non vorremo più fare ed altre a cui non vorremo più rinunciare: è possibile che questo cambiamento ci porterà a modificare per sempre le nostre scelte di vita, d’acquisto, politiche e civiche (il nostro essere “domanda”, appunto). Tutti ripenseremo le nostre esistenze e, per convinzione o necessità, lo faremo pensando ad un nuovo ed ecosistemico concetto di benessere, individuale e collettivo e di sostenibilità, ambientale e sociale. Domanderemo tutto ciò in più di prima e più di prima, e chi sarà in grado di rispondere vincerà la nostra fiducia. Ecco perché bisogna contemporaneamente lavorare sul proteggere la domanda, riprogettando l’offerta.

Enrico Giovannini, economista, ex Chief Statistician dell’Ocse, nonché ex ministro del Lavoro, cofondatore e portavoce dell’Alleanza italiana per lo Sviluppo Sostenibile (ASviS) auspica ed invoca che questa sia “l’occasione per cambiare paradigma” e “riorientare il sistema economico nella direzione di una maggiore sostenibilità ambientale e una maggiore equità sociale”.

Non è il solo, anche Giuseppe Sala, Sindaco di Milano – la città che produce da sola il 10% del Pil Italiano e che fino a poco tempo fa era la “Milano che non si ferma, con ritmi incredibili” – dichiara: “Milano non sarà più come prima, sarà qualcosa di diverso, ma dovremo riprenderci quella leardership. Qualunque processo di ricostruzione, però, dovrà ripartire da tre pilastri: la questione ambientale, la giustizia sociale, la salute”

|a cura di Francesca Mazzocchi e Marco Tognetti|

Leggi i 4 focus su:

  • Servizi pubblici e scuola digitale (conversazione con Roberta Cocco, Ass.ra Trasformazione digitale del Comune di Milano e Marco De Rossi, Weschool);
  • Turismo e ospitalità (ne abbiamo parlato con Mirko Lalli, The Data Appeal Company);
  • Moda (abbiamo chiesto a Leonardo Dondini, Dalle Piane Cashmere);
  • Smart working (conversazione con Letizia Piangerelli, facilitatrice e coach).

Scarica QUI il pdf completo, con tutti i focus all’interno (709 kb)

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Perché l’intelligenza artificiale riguarda tutti https://agenzialama.eu/appunti/pubblicazioni/perche-lintelligenza-artificiale-riguarda-tutti/ Thu, 26 Mar 2020 06:21:51 +0000 https://agenzialama.eu/?p=4008 Come e perchè possiamo "aumentare" la nostra intelligenza soprattutto nel caso di problematiche globali complesse

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In questo periodo di analisi, previsioni, modelli sulla diffusione del Corona Virus nel nostro Paese e nel resto del mondo, il ruolo della cosiddetta “Data Science” è improvvisamente risultato chiaro a tutti. Una materia che sentivamo lontana dalla nostra quotidianità diventa più presente in ogni aspetto della nostra vita, descrivendo la nostra salute, i nostri potenziali rischi, i comportamenti collegati determinando il futuro delle nostre giornate.

Ugualmente, in questi tempi assume un ruolo centrale anche l’intelligenza collettiva. Quello che ognuno di noi sta facendo e mettendo in atto per arginare la diffusione del COVID-19 non è forse una forma di intelligenza collettiva? E cosa succede quando l’intelligenza collettiva viene supportata nel proprio agire dagli strumenti dell’intelligenza artificiale e quindi dei big data? Lo studio “The Future of Minds and Machines: How artificial intelligence can enhance collective intelligence” promosso da NESTA UK a cui LAMA ha preso parte analizzando la letteratura sul tema, intervistando alcuni tra i più importanti esperti internazionali su queste tematiche, e mappando casi studio da tutto il mondo, indaga la relazione tra intelligenza artificiale ed intelligenza collettiva, cercando risposte proprio dagli esempi già esistenti.

In molti dei casi analizzati le tecnologie rafforzano e amplificano in positivo la collaborazione tra le persone e gli effetti che questa produce, attraverso la capacità dell’intelligenza artificiale di analizzare il linguaggio (Natural Language processing ed analisi semantica), le immagini (Computer Vision), ed una vasta gamma di dati strutturati.

Un esempio è OneSoil, un’applicazione che sfrutta dati satellitari per permettere alle comunità di agricoltori di monitorare in tempo reale alcune caratteristiche rilevanti dei terreni, al fine di predirne la produttività, anticipare la diffusione di malattie e pianificare in modo efficiente la propria attività. Dataminr invece aiuta a intercettare e categorizzare contenuti pubblicati dalle
persone sui social media, permettendo alle organizzazioni che si occupano di diritti, protezione civile e monitoraggio del rischio, di conoscere in tempo reale il verificarsi di crisi e conflitti per intervenire in modo efficace.

Sono in tutto 20 i casi studio analizzati e presentati in base alle modalità con cui le diverse funzioni cognitive di IA permettono l’estensione dell’intelligenza umana, dalla percezione alla fase di decision making, passando per un potenziamento della creatività e della capacità di
apprendimento. Un po’ come disporre di una serie di nuovi plug-in da installare sui nostri processori umani.

Al link sotto il report completo con un approfondimento specifico sui 20 casi internazionali per capire concretamente come l’intelligenza artificiale può aiutarci nell’adozione di soluzioni collettive a problematiche sistemiche, complesse e sempre più globali.
Una lettura che in questo momento storico risulta ancora più utile e preziosa.

Qui il report completo.

Qui i Casi Studio.

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La cura che cambia https://agenzialama.eu/appunti/pubblicazioni/la-cura-che-cambia/ Tue, 28 Jan 2020 13:10:23 +0000 http://lama.graphic-news.com/?p=843 Il concetto di “salute collaborativa” vede nelle persone e nella loro capacità di attivarsi e collaborare la principale risorsa per rafforzare il sistema sanitario e di welfare.

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Il concetto di “salute collaborativa” vede nelle persone e nella loro capacità di attivarsi e collaborare la principale risorsa per rafforzare il sistema sanitario e di welfare, e dare risposta alle attuali sfide del contesto italiano.

Questo è il cambio di prospettiva contenuto all’interno del rapporto La cura che cambia promosso da Nesta Italia e realizzato in collaborazione con LAMA, Wemake, e il supporto di Unicredit.

Le dinamiche demografiche ed epidemiologiche in Italia (invecchiamento della popolazione e diffusione delle malattie croniche in primis) stanno infatti portando a un rapido aumento della domanda di cure, e al contempo a una trasformazione del tipo di bisogni espressi dalle persone, che necessitano maggiore continuità, personalizzazione e integrazione dei servizi, e richiedono un’attenzione sempre maggiore al lato relazionale e “umano” dell’assistenza. Inoltre, l’aumento costante delle disuguaglianze nella salute segnala la presenza di una grande sfida legata all’equità dei sistemi di prevenzione e cura.

La salute collaborativa si propone come un nuovo paradigma di innovazione, in grado di offrire risposte sistemiche puntando non solo sulla trasformazione dei servizi (con nuove tecnologie, modelli organizzativi, ecc.) ma anche sull’empowerment dei pazienti e sull’attivazione delle comunità.

Nel report, vengono mappate le iniziative di salute collaborativa italiane organizzate in tre filoni:

  • App&Device, per le esperienze di empowerment e collaborazione abilitate dalle tecnologie;
  • People&Community, per le innovazioni che fanno leva sulle relazioni, la collaborazione e le comunità;
  • Open Care, per le soluzioni basate su processi di co-progettazione e innovazione aperta.

Il rapporto è scaricabile qui.

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